«Prima o poi capiranno che non valgo»: superare la sindrome dell'impostore nei ruoli di responsabilità.

Colpisce spesso i profili più preparati e si intensifica a ogni promozione: più sali, più temi di essere scoperto.

Il successo che non lascia traccia

Descritta per la prima volta da Pauline Clance e Suzanne Imes nel 1978, la sindrome dell'impostore è la convinzione persistente di non meritare i propri risultati: ogni traguardo viene attribuito alla fortuna, al caso, alla benevolenza altrui — mai alla propria competenza. Il paradosso è che colpisce spesso proprio i profili più preparati, e si intensifica a ogni promozione: più sali, più temi di essere «scoperto».

Il circolo del perfezionismo

Il meccanismo si autoalimenta: la paura di essere smascherati spinge a iper-prepararsi; il risultato positivo viene attribuito allo sforzo eccezionale («ce l'ho fatta solo perché ho lavorato il triplo») e non al proprio valore; la fatica cresce, la fiducia no. Nel corpo, questo si traduce in ansia anticipatoria prima di ogni esposizione: riunioni, presentazioni, colloqui.

La prospettiva scientifica. L'ansia anticipatoria ha una firma fisiologica precisa: attivazione simpatica, tachicardia, respiro corto e alto, tensione del diaframma. La teoria polivagale di Stephen Porges aiuta a comprendere perché il senso di sicurezza non si costruisca solo con i pensieri, ma attraverso stati corporei di regolazione. La psicologia funzionale (Rispoli) lavora esattamente lì: radicamento, respiro diaframmatico, allentamento del controllo — perché la sensazione di «valere» diventi un'esperienza del corpo, non solo un'argomentazione della mente.

Superarla: dall'argomentazione all'esperienza

Rassicurare un impostore con la logica non funziona: ogni prova viene riassorbita dal meccanismo. Il percorso clinico integra il lavoro cognitivo sulle attribuzioni (imparare a riconoscere la propria parte nei risultati) con il lavoro psico-corporeo sull'ansia da esposizione, e con una revisione dello standard interno: da «perfetto o smascherato» a «competente e umano». È uno dei percorsi in cui i risultati si vedono con più chiarezza, anche in tempi contenuti.

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