L'incapacità di fermarsi: quando il lavoro diventa una dipendenza e come uscirne.

Finché produco, non sento: il fare continuo come regolatore dell'ansia, e il conto biologico che arriva appena il sistema rallenta.

Quando il lavoro anestetizza

Il workaholism non è amore per il proprio lavoro: è l'incapacità di fermarsi. Il fare continuo diventa un regolatore dell'ansia — finché produco, non sento. I segnali sono riconoscibili: il controllo compulsivo delle email la sera e nei festivi, l'irrequietezza e il senso di colpa nei weekend, l'incapacità di stare nel tempo libero senza riempirlo di compiti.

La crisi d'astinenza e il crollo in vacanza

Molti se ne accorgono ad agosto: appena il sistema rallenta, arrivano mal di testa, febbri improvvise, crolli di energia. Non è sfortuna. Dopo mesi di iper-attivazione, la brusca sospensione dello stato d'allerta lascia emergere tutto ciò che l'adrenalina teneva compresso: è il cosiddetto let-down effect, ben descritto dalla letteratura sullo stress.

La prospettiva scientifica. Sul piano PNEI, l'iperlavoro cronico mantiene elevati i mediatori dello stress (cortisolo, catecolamine) che a lungo andare alterano sonno, digestione e difese immunitarie; quando l'attivazione cala di colpo, il riassetto del sistema può manifestarsi con sintomi fisici. La psicologia funzionale (Rispoli) legge il workaholism come dominanza delle funzioni del fare e del controllo, con progressiva atrofia delle esperienze di base opposte: l'allentamento, la calma, il piacere di essere — e non solo di produrre. Il recupero passa dal corpo, non dalla forza di volontà.

Uscirne: ricostruire la capacità di fermarsi

Il percorso clinico non punta a lavorare meno per decreto, ma a rendere di nuovo tollerabile — e poi piacevole — la quiete. Si lavora sulla regolazione respiratoria e corporea per abbassare l'allerta di fondo, sull'ansia che il fermarsi scopre, e sulla ridefinizione del valore personale, perché smetta di coincidere con la produttività. Fermarsi si può reimparare: è una competenza psicofisiologica, non un tratto di carattere.

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